Vi ho già parlato, tanti mesi fa, dei lavori in corso su Be Human, il romanzo di Metal Gear Solid 4 (rigorosamente non ufficiale e gratis) che sarà il sequel diretto di Fuoco Nemico. Il libro riprenderà le vicende dalla fine del primo volume, coprendo gli anni di Metal Gear Solid 2 dal punto di vista di Meryl Silverburgh. Da lì in poi, si snoderanno le vicende di Metal Gear Solid 4.

Proprio Metal Gear Solid 4 è una delle opere che mi sono più care. La voglia di rendere omaggio al capolavoro finale dedicato a Solid Snake è tantissima. Alle porte dell’inizio dell’Atto V, mentre Snake si muove verso Shadow Moses in vista dell’Atto IV, condivido con voi questo piccolo estratto.

meryl-snake-act-5.jpg

Otto anni dopo il giorno in cui aveva deciso di sparire dalla mia vita, io ero innamorata di Solid Snake in modo viscerale. Non come una donna si innamora di un uomo: per me Snake era una fonte d’ispirazione, un maestro, una spalla. Dovevo la mia vita a quell’uomo. Io lo amavo come si ama l’aria.

Non importava quanto vecchio fosse o sembrasse, gli ero devota in ogni angolo della mia anima.
Ma capivo anche il suo punto di vista, il suo avermi scacciata quando avevo provato anche solo a sfiorarlo in Afghanistan. Non voleva la compassione di nessuno e di sicuro non voleva che la sua ex di ventisette anni coltivasse ancora il suo debole per lui, nello stato in cui era.
Come ci si sente ad essere innamorata per il resto della tua vita di una persona con cui non puoi stare e che probabilmente sarà già morta entro un anno? Di merda, mi risposi.

In casa c’era quel silenzio odioso perché non c’era più Ellen. Ellen era a Edimburgo e non la avrei vista mai più.
Avrei voluto parlare per sfogarmi un po’, ma probabilmente se Catherine avesse potuto mi avrebbe messo le mani al collo.
Sommiamoci che Papà era morto da ventitré anni, che anche Mamma era morta e che i rapporti con mio padre erano al livello in cui avevo preferito chiamarlo colonnello Campbell che “papà”.

Non sapevo nemmeno se avevo ancora ventiquattro ore di vita, ma sapevo che se fossi morta l’indomani probabilmente non se ne sarebbe accorto nessuno, al mondo.
Anzi, forse se fossi morta l’indomani, molte delle famiglie dei miei soldati si sarebbero dette “poteva morire una settimana prima”, così non me li sarei portati in fondo al Volta con me.

Ok, basta flussi di coscienza mi imposi, cercando di riscuotermi da quei pensieri particolarmente deprimenti. Pensieri che però, in modo assurdo, erano anche motivanti per la missione: giocati tutto, perché probabilmente non mancherai a nessuno. Morti Snake e il colonnello Campbell, sulla mia tomba non ci sarebbe andato più nessuno.
Dio, quanto vorrei una cazzo di vita normale.
Avevo passato tutta la vita ad impegnarmi a diventare un soldato, ma non avevo mai chiesto Shadow Moses. Non avevo chiesto SOP, non avevo chiesto il Volta e non avevo chiesto quello che stavo per fare.
Le notti in cui mi ero addormentata dicendomi che avrei solo voluto sperimentare com’è che si vive, essendo una persona normale, si erano moltiplicate sempre di più.

Come sarebbe la mia vita se smettessi di girare per tutti i campi di battaglia del mondo e, che ne so, se avessi trovato una persona che mi contraccambia, uno con cui condividerla? Come sarei io?
Non avevo risposte per quelle domande, solo la certezza che a Meryl Silverburgh la vita normale non era concessa.

Sospirai ed ebbi la pessima idea di schiacciare il tasto di accensione della TV sul telecomando che era buttato lì, sul tavolo. Non c’era il volume, ma mi bastò un secondo per capire. Con la testa ancora poggiata sul computer, vidi le inquadrature di decine di bare avvolte dalla bandiera degli Stati Uniti. Numerose salme erano già rientrate dall’Europa ed erano in corso i preparativi per i funerali di Stato. Ogni figlia di ciascuno di quei ragazzi morti sotto il mio comando, una potenziale nuova Meryl Silverburgh.

“Rientrati i corpi dei caduti della mattanza di Praga” era il delicatissimo titolo che i giornalisti avevano scelto per quelle immagini.
“74 vittime” diceva il titolo che scorreva in sovrimpressione. Ne erano morti altri tre. Speravo che fosse almeno il bilancio definitivo, perché settantaquattro morti su centoventi erano veramente tantissimi.
Per quanto male facesse, quella ulteriore consapevolezza mi diede coraggio. Spensi la TV e mi tirai su dalla sedia. Presi il piumino, lo indossai e uscii senza nemmeno guardarmi indietro, senza nemmeno pensare che non avrei mai più visto quell’appartamento.

Meryl Silverburgh la vita normale che tanto voleva non l’avrebbe avuta mai, perché aveva una missione da compiere che importava molto di più.
Stefania Sperandio, “Be Human: Il Romanzo di Metal Gear Solid 4”, Capitolo 10

422 Visite totali 2 Visite oggi

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *