Chi voglio prendere in giro? Lo so benissimo che, in questi anni, ho visto storie scritte e raccontate meglio di Prison Break, prodotti oggettivamente più coesi e raffinati, in alcuni casi quasi più evoluti, esponenti di una serialità che è sempre più materiale del cinefilo di turno. Lo so benissimo, e non me ne frega niente.

Questa recensione non contiene spoiler.

Prison Break è salita di diritto, in un balzo solo, nel mio primo gradino del podio, per motivi personali che, se questa non fosse una recensione scritta su un sito che si chiama come me, non avrebbero motivo di esistere. Motivi personali che, però, sono comuni a tanti di noi, e che toccano con una semplicità disarmante le corde del cuore, senza scomodare troppo le tematiche sociali, i conflitti tra scienza e religione, cosa si trovi dopo la morte e altre tematiche simili divenute pane quotidiano e oggetto di indagine di altre serie. Prison Break rimane con i piedi ancorati su questo pianeta, e tra un colpo di scena da thriller fantapolitico e l’altro, gira attorno ad una cosa sola, semplice semplice, basilare, irrinunciabile.
La famiglia.

Mentre il protagonista, Michael Scofield, si fa arrestare nel tentativo di far evadere suo fratello, Lincoln Burrows, condannato a morte ma a quanto pare non colpevole, intorno a lui si tesse un fitto intreccio di passato e presente, si attorcigliano le storie del suo interagire con persone che sì, forse gli servono e basta, ma forse no. Con lo scorrere delle puntate, scopriamo i dettagli su tutti i protagonisti, e se nella prima stagione ciascuno di loro veniva mostrato per il suo ruolo – Michael è il genio, Lincoln il condannato a morte, Sara la dottoressa e perfino Brad è nient’altro che una guardia carceraria – a partire dalla seconda (e sopratutto nella seconda, quella che mi è piaciuta di più), i personaggi cominciano ad essere chi sono. E nelle motivazioni di ciascuno di loro, che sia una gioia o un trauma, c’è la famiglia.
Nulla potrebbe colpire di più una persona estremamente legata alle sue origini, anche quando si trovano a 700 km circa di distanza.

La serie sale, scende in maniera imbarazzante nella terza stagione – complice anche lo sciopero degli sceneggiatori e l’assenza di Sara causa gravidanza della vera Sarah – ma si mantiene coerente, i suoi personaggi riconoscibili, la loro umanità concreta e ben scritta, così tanto da far dimenticare qualsiasi altra cosa, ed essere la prima serie in vita mia ad avermi convinta a guardare 4 episodi in un solo giorno. Io, che non sono esattamente l’incarnazione del binge watching, e che dopo i 60 minuti di Game of Thrones, sopratutto in questa stagione, ritengo di aver “pagato la mia tassa” per una settimana. Eppure con Prison Break non è successo, per diversi motivi. Il primo, già citato, è il tema. Il secondo, è che il genere scelto da Paul Scheuring è esattamente il mio preferito, e lo affronta nello stesso modo che farei io, senza la minima presunzione di raggiungere un risultato simile. Personaggi a trecentosessanta gradi, anche se dalle evoluzioni a rilento nell’ultima stagione, una fortissima drammaticità, la vita sempre sul filo del rasoio, emozioni forti e fondamentali, legami inscindibili. Ho visto in Prison Break quel genere che ho provato a calcare in qualsiasi cosa abbia mai scritto, e che speravo di saper scrivere, in formato seriale, una volta conseguita la laurea magistrale.

La tematica della famiglia, quindi, ed un genere che sento personalmente vicino, avvincente, stimolante. D’ispirazione. La cosa più importante, quella: d’ispirazione. E Prison Break è ispirante perché è tangibile, attinge dalla vita reale, dalla semplicità delle cose, senza troppe metafore o troppi fronzoli.
Ecco perché è nel primo gradino del mio podio, ed ecco perché non me ne frega niente se la terza stagione è stata una martellata sulle ginocchia, ed un certo dualismo nella quarta è quantomeno forzato e un po’ tragicomico perché tutte le emozioni ed i legami che ho provato sono stati reali.
E perché non importa quanto si stia lontani, quante sono le mura. Non frega niente neanche del filo spinato, del sacrificarsi: fare la cosa giusta e proteggere la propria famiglia, prendersi cura di lei e delle persone che ami, vale di più. Garantire loro un futuro ed il mondo migliore possibile, vale di più.
Non c’è nessun viaggio che possa dire qualcosa di più significativo di questo. E riassumerlo, poi, perfino senza parole.
Un foglietto di carta spiegazzato, un regalo che va e viene lasciando un messaggio, con le sembianze di una gru. Io ci sono e ti proteggo.
Non importa dove, ma ci sono.

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