In qualche modo, sogniamo tutti di essere straordinari. Nel frattempo, ci accontentiamo dell’idea di essere perlomeno protagonisti. Ogni mattina, alzandovi dal letto per cominciare una nuova giornata, guardate all’esterno degli altri, provando ad indovinare cosa contengano, scegliendo di tanto in tanto quali altri personaggi possano spalleggiarvi, come comprimari, a volte antagonisti, a volte solo come secondari, in quella storia non sempre eccezionale che è la vita di tutti i giorni.
Ecco, ora immaginate di alzarvi, domani, e scoprire di essere davvero straordinari. Di avere qualcosa in più, e di poter lasciare il segno.
Questo è Life is Strange, e voi siete Maxine Caulfield.

Questa recensione non contiene spoiler.

Il tema portante del videogioco a episodi di Dontnod Entertainment è il tempo – il che è curioso, considerando che, fin dalla prima volta che lo avvierete, in caso abbiate superato l’adolescenza da un po’, sentirete come di essere tornati a quell’epoca.
L’atmosfera dell’opera, fin da subito, denota familiarità, incuriosisce, attira magneticamente l’interesse del videogiocatore. Mentre, nella scena di apertura, il professor Jefferson porta avanti la sua lezione di fotografia, scoprire i poteri di Max aggiunge subito del pepe, ed ecco, finalmente, che siamo straordinari. La ragazza, di punto in bianco, scopre infatti di avere il dono di maneggiare il tempo, e di muoversi a suo piacimento tra il presente ed il passato. Subito, la prospettiva si fa allettante, e l’intrecciarsi delle vicende universitarie – anche di quelle più cupe, che non anticipo – la porta a reincontrare la sua amica Chloe, che non vedeva da diversi anni. Le due ragazze recuperano quindi il tempo perso, dando vita, su schermo, ad un rapporto che altalena tra l’adorabile e l’incosciente, e coinvolgendo il giocatore-spettatore nelle loro confidenze e nelle loro iniziative.

Life is Strange, insomma, è un videogioco che parla di scorribande da ventenni e di vita quotidiana a scuola. Giusto?
Niente di più terribilmente sbagliato.
Il grande merito del videogioco della casa francese, dal punto di vista narrativo, è quello di non temere troppo, quando c’è da rischiare, e di riuscire così a spiazzare fin da subito l’utente che, prima cullato dalla competitività di classe e dalle altre futili questioni dei primeggianti secchioni in uno scenario sereno e familiare, si trova invece coinvolto in misteri ed inquietanti risvolti, chiamato ad amministrare quella straordinarietà che Max ha appena scoperto di avere. Ciò che invece, con il progredire dei capitoli, rimane coerente con l’impressione iniziale, è che Life is Strange voglia raccontare una storia di amicizia. Nel ventaglio di personalità presenti alla Blackwell Academy troverete un po’ di tutto – dalla sempre antipatica ragazza super popolare dei cliché, passando per il rampollo disturbato, la silenziosa fondamentalista cattolica e il nerd innamorato cronico – e l’elemento particolarmente interessante è che tutti questi personaggi sono vivi. Sono credibili. E, in alcuni casi, cambiano. In poche parole, danno davvero la sensazione di essere reali. Una cosa davvero meravigliosa e difficilissima da raggiungere, quando si racconta una storia. Eppure, i ragazzi di Dontnod lo fanno sembrare naturale, quasi facile, e poche volte – più che altro verso la fine, nell’episodio 5 – si tradiscono, facendo vedere profili che scricchiolano un po’ all’interno di personaggi che pensavamo di conoscere. Non che non sia possibile scoprire nuove caratteristiche, ovviamente, ma il modo in cui alcuni cambino completamente portamento balza all’occhio. Niente di compromettente, in ogni caso, dal momento che proprio la credibilità delle persone che intrecciano il sentiero di Max è una freccia brillante all’arco di Life is Strange.
Il mondo di gioco è vivo, perché le persone che lo popolano lo sono.

Così, seguendo Max e Chloe, ed intrecciando le nostre vicende a quelle degli altri personaggi, mentre siamo sempre e comunque straordinari grazie alla nostra capacità di giocare con il tempo e scrivere e riscrivere le storie altrui, divenendo impropriamente protagonisti anche delle loro, finiamo con l’affezionarci non solo alle due ragazze, ma a tutti. In qualche modo, perfino ai cattivi. Al contesto. Ad Archadia Bay. A com’è che funzionano le cose.
È un mondo grigio, dove succedono cose sgradevoli. Ma noi possiamo fermarle. E se non possiamo fermarle, possiamo tornare indietro, e cambiarle.
Il senso di appagamento dato da questo semplice schema narrativo è potente ed assuefacente. A caccia della soluzione ai misteri che accadono, nel tentativo di far combaciare i pezzi, siamo il dio di questo universo familiare e storto. E l’ebbrezza della straordinarietà, scritta con incredibile maestria, ci fa tornare episodio dopo episodio, perché oltretutto ci sono anche delle persone che conosciamo, ad Archadia Bay, e che vogliamo reincontrare.

È una storia di amicizia e di coraggio. Di umanità, e quindi di debolezza, scritta con maestria, che tradisce un po’ di innocenza solo in coda, dandoci la possibilità di scegliere dei sentieri da intraprendere, così fondamentalmente diversi tra loro, anche nella profondità narrativa da loro offerta.
In Life is Strange possiamo fare la differenza. Ma non siamo un dio. Il cazzotto in faccia che ci danno gli sceneggiatori è forte e deciso, riuscito, e ci spinge fuori dallo schermo. Il gioco è finito e, a cavallo tra Archadia Bay e la vita reale, metà dentro e metà fuori dallo schermo, ti ricordi che non sei straordinario. Sei una piccola parte di una canzone suonata all’unisono da sette miliardi di persone. Non devi fare niente di virtuoso. Solo, non stonare.

Le riflessioni ispirate dall’opera di Dontnod sono preziose. La nostalgia di casa che si avverte a non poter tornare ad Archadia Bay con i soliti amici e i soliti nemici è forte. La scrittura è delicata, sposata ad una capacità immaginativa, anche in video, che a tratti, sopratutto nel simbolico episodio 5, ha qualche cenno di (inquietante) poesia. Abbiamo esplorato e vissuto un mondo costruito ad arte, tanto quanto bastava a fargli guadagnare le nostre attenzioni ed il nostro affetto. Abbiamo tentato tutto, nei limiti delle nostre possibilità, per fare la cosa migliore. Ma qual è, la cosa migliore?
A saperlo.
La vita è strana.

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