copertinaCominci a scrivere perché sei impegnata e hai bisogno di respiro. Di solito, funziona così. La sessione di esami di luglio è stata folle e, per staccare la spina e in attesa del sonno, ho passato le notti a scrivere. È così che sono nate le prime pagine di Be Human, il romanzo di Metal Gear Solid 4. Dopo i bellissimi commenti ricevuti per Fuoco Nemico, piombati letteralmente da ogni dove, un sequel era d’obbligo. Anche perché non potevo fare a meno di seguire Meryl in questa nuova fase della sua vita.

Dopo Shadow Moses e la relazione con Snake, seguiremo la soldatessa nella ricostruzione della sua vita, coprendo il buco che intercorre tra Metal Gear Solid 2Metal Gear Solid 4, e seguendola fino alla crisi innescata da Liquid Ocelot. E, pure questa volta, andremo anche un po’ oltre la conclusione del gioco – ma non anticipo nulla.
In questo, ci saranno ovviamente tutti i personaggi del titolo, oltre ad alcuni ritorni da Fuoco Nemico, e vedremo da vicino come e perché Meryl accetta il sistema SOP.

Il romanzo è ovviamente un’opera di fantasia e di tributo a Guns of the Patriots, e non è da considerarsi ufficiale. Possiamo parlare di un’interpretazione per tutti quei momenti che la serie lascia misteriosi nella vita di Meryl.
La stesura è ancora in corso, ma volevo sottolineare che, ancora una volta, il libro sarà disponibile gratis appena ne avrò completato la stesura e la correzione.

Grazie di nuovo alle tantissime persone che mi hanno inviato i loro commenti e le loro emozioni per Fuoco Nemico. Spero di condividere con voi anche questo nuovo viaggio. Intanto, qui sotto, vi propongo un assaggio dal romanzo.

roy-meryl.jpg

Con addosso il mio consueto bomber, che era invecchiato parecchio, e un paio dei soliti jeans tutt’altro che eleganti, poggiai i gomiti sul bordo della ringhiera del ponte e mi persi nel paesaggio che mi circondava, in quella costrizione della natura in mezzo all’urbano, nell’acqua che si faceva spazio tra i confini della città.
Sospirai e tirai fuori il telefono, che in quel 2012 era da poco diventato uno smartphone, dalla tasca del bomber.
“Stai andando alla grande” diceva quel messaggio, ricevuto qualche ora prima. “L’ho sempre saputo. Brava, tenente Silverburgh. Papà.”
Non vedevo il colonnello Roy Campbell da quando mi ero risvegliata dal coma. Erano passati più di quattro anni. Da allora, non ci eravamo mai più sentiti né incrociati, come speravo. Quell’SMS, però, mi aveva spiazzata e denudata. Le mie certezze avevano barcollato, quando mi ero resa conto che avrei voluto potergli rispondere. Avrei voluto davvero. Strinsi il telefono con entrambe le mani e mi feci coraggio. Potevo scrivergli. Sapeva di aver sbagliato, aveva imparato la lezione.
Quando digitai “ciao”, mi fermai. Ripensai a Papà, che in realtà era stato mio zio, e che aveva sempre creduto che fossi sua figlia. Ripensai a quando mi abbracciava e giocava con me. E a quando abbracciava il fratello che andava a letto di nascosto con sua moglie.
Un moto di nausea mi fece rivoltare lo stomaco.
“Grazie per il messaggio” continuai a digitare, ma la nausea e quel male al petto si facevano più forti.
Come si può fare qualcosa del genere? A che livelli di codardia e meschinità bisogna ridursi? Come aveva potuto parlare al funerale di suo fratello?
Per cercare di convincermi ad inviare l’SMS, provai a pensare a qualcosa di bello su di lui. A quando mi aveva accolta a casa sua, dopo che mia madre mi aveva cacciata. A quando aveva dormito al mio capezzale, aspettando che mi risvegliassi dal coma. In fondo, a modo suo, aveva provato a comportarsi da padre, a rimediare ai suoi sbagli.
Presi un profondo respiro.
Poi, mi convinsi, e cancellai il messaggio.
Sospirai di nuovo, agitata.
Terroristi, sparatorie, commilitoni che pensavano di essere al di sopra delle regole e brutalità da prevenire non mi mettevano in agitazione tanto quanto mio padre.
Aprii la rubrica e cercai quella voce. Roy Campbell. Lo avevo memorizzato così, sul mio smartphone. Mi dissi che avevo avuto il coraggio di fare cose ben peggiori, e che dovevo trovarlo anche per quello. Spingendo così, sull’orgoglio, selezionai il numero della sua casa, quella dove un tempo avevo abitato anch’io, e portai il telefono all’orecchio.
Al primo squillo a vuoto, mi ero già pentita.
“Mio fratello era la persona migliore del mondo” aveva detto, al funerale di Papà. “Non si meritava di morire così. Non meritava questo. E la sua bambina, non meritava questo.” Il voltastomaco si rifece fortissimo, al secondo squillo.
Deglutii amaro e mi imposi di stare calma. Basta situazioni di incertezza, basta. Era tempo di fare un passo in avanti e prendere in mano anche quell’aspetto della mia vita, ora che gli altri avevano trovato la loro strada.
Al terzo squillo, la voglia di riattaccare e fare finta di non aver mai chiamato si fece dominante. Storsi il naso e quasi pensai davvero di farlo, quando mi convinsi che non avrebbe mai risposto ed io non avrei mai più avuto il coraggio di chiamarlo. Poi, sentii la cornetta alzarsi.
«Pronto?» la vocina che mi rispose mi lasciò interdetta per diversi secondi.
«Pronto? Ecco… cercavo il colonnello Campbell» non sapevo bene cos’altro avrei potuto dire.
«John» una voce di donna sovrastò quello che era evidentemente un bambino, arrivato alla cornetta del telefono per primo. «Lascia stare, dai il telefono alla mamma.»
Con lo smartphone stretto in mano, non riuscivo a capire ed ero sempre più confusa. «Pronto?» provai di nuovo.

rose.png

Sentii la donna portare la cornetta all’orecchio. «Sì, pronto?» mi fece.
Dovevo aver memorizzato male il numero in rubrica. Quella fu l’unica spiegazione che riuscii a darmi.
«Mi scusi, cercavo il colonnello Campbell, ma devo aver sbagliato numero.»
«Roy?» mi fece lei, «Sì, è qui. Sono sua moglie.»
Una fitta fortissima mi spaccò il cuore e mi fece barcollare.
«Come, scusi?»
«Tutto bene?» la donna notò la mia risposta appena biascicata. «John» gridò di nuovo, «ti ho detto di stare qui con la mamma.»
La mamma, diceva. Chiamava un bimbo di nome John. Ed era la moglie di Roy Campbell. Lui aveva decantato per tutta la vita di aver cominciato la relazione con mia madre perché la amava e non aveva potuto resisterle, e cinque anni dopo la sua morte aveva già una nuova moglie, ed un figlio grande abbastanza da venire a rispondere al telefono.
Mi tremavano le mani e stavo sudando freddo. Mio padre aveva già un’altra famiglia. Era tutt’altro che preoccupato di riallacciare i rapporti con sua figlia. Aveva trovato un’altra donna, che aveva sposato e con la quale aveva dato alla luce John.
John.
In qualche modo, quell’esserino che aveva risposto al telefono doveva essere mio fratellastro, almeno biologicamente. Ma dentro me, sapevo già che non lo era. Perché, da quel giorno, compresi che Roy Campbell aveva smesso definitivamente di essere mio padre.
«Pronto?» insisté la donna.
Chiusi la chiamata senza dire una parola. Lo stomaco era in subbuglio e sentivo l’ansia montare dentro.
Roy Campbell e mia madre si erano rovinati la vita, con la loro relazione adultera che mi aveva messa al mondo, senza nessun vero fondamento. Dopo averla sepolta, lui si era già di nuovo “innamorato follemente”. Portai il dorso della mano destra davanti alla bocca, a metà perché mi stava venendo voglia di piangere e non volevo farlo, e a metà perché la situazione era identica con la voglia di vomitare. Con l’altro braccio poggiato sulla ringhiera del ponte, lasciai perdere lo sguardo sopra il lago, confusa e disgustata.
Oltretutto, mio padre aveva 69 anni. Per avergli potuto dare un bimbo, la sua compagna doveva essere parecchio più giovane di lui.
No, avevo sbagliato.
Avevo sbagliato e avevo capito male.
Me ne convinsi per tentare di rassicurarmi.
Riaccesi il display dello smartphone e mi resi conto che l’ultima chiamata effettuata era proprio verso “Roy Campbell”. Passai una mano tra i capelli di rame e decisi di riprovare, forse provando a dimostrare a me stessa che avevo solo memorizzato un numero sbagliato.
Risposero già a metà del primo squillo.
«Pronto?» era la voce imperiosa di mio padre.
Non riuscii a dire niente, sentii solo gli occhi bagnarsi.
«Insomma, chi diavolo è?» si innervosì lui, che era andato a rispondere dopo che probabilmente sua moglie gli aveva detto di aver ricevuto una chiamata un po’ inquietante.
Chiusi di nuovo la telefonata. Misi lo smartphone in tasca e cominciai a camminare lentamente, senza sapere nemmeno dove stavo andando, intenta a tentare di schivare tutti i ricordi ora dolorosissimi che riaffioravano nel corridoio della mia mente.

1692 Visite totali 1 Visite oggi

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *