Vita, speranza e moving on. Lost e l’epopea umana

Non ho mai grandissime aspettative. Quando qualcuno mi consiglia di leggere, vedere o giocare qualcosa, rimango consapevole che i gusti sono gusti, e che – per quanto ci si impegni ad essere oggettivi – spesso le stesse cose possono essere viste da diverse persone con valori assoluti differenti. Ne ho avuto la conferma quando mi è stato presentato Breaking Bad da degli amici come se fosse un rappresentate del medium televisivo capace di rivoluzionare i metodi di narrazione. Affermazione che non condivido affatto. Come dissi a mio tempo per The Last of Us, anche Breaking Bad era a tratti bello, ben fatto, ben congegnato. Ma non mi ha mai dato la sensazione di essere una rivoluzione. E non mi ha fatto sentire arricchita, che per me è la cosa più importante di tutte.
Dopo aver dato retta a questi due consigli, sul gioco prima e la serie tv poi, ho accolto quello che da anni mi martellava: “dovresti guardare Lost.” Alla fine, ho deciso di fidarmi. Con chiaro in mente che le stesse cose possono essere viste da diverse persone con valori assoluti differenti.
Niente di più sbagliato.

Attenzione! Questa recensione CONTIENE SPOILER

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Lost ha smentito la mia convinzione.
Quando ho visto la prima serie, ho apprezzato la buona volontà narrativa, chiedendomi come gli autori potessero essere abbastanza abili da spiegare tutto ciò che stavano mostrando. Ho notato anche una tecnica vetusta, scelte di uno stile che quasi scimmiottava l’horror nei momenti in cui i protagonisti avevano a che fare con il mostro, qualche inquadratura che mi dava la sensazione di essere discutibile. Era interessante, ma non sembrava eccezionale. Tuttalpiù, discreto.
E ho continuato a sbagliarmi.

Con il passare delle serie, lo show è andato a crescere in tutti i suoi aspetti. Piano piano, con lo scorrere delle puntate, ho cominciato ad avvertire un legame che mi univa ai personaggi, un po’ come quello che molti dichiarano di provare quando rincontrano i vecchi amici dei tempi delle scuole. È che io e questi personaggi non ci eravamo mai conosciuti. Eppure eravamo lì, e provavo qualcosa per loro. Sentivo qualcosa che mi legava alle loro gioie e alle loro preoccupazioni. E, per riuscire in questo, devi essere un autore magistrale. Devi conoscere le persone come il palmo della tua mano, essere capace di leggere tra le loro righe e di puntare dritto all’empatia.
Se non mi sento profondamente coinvolta nelle vicende umane di una storia, difficilmente mi smuoverà. E Lost mi ha smosso. E mi ha smosso con tutte le sue contraddizioni, riuscendo a farmi amare i buoni ed i cattivi, facendomi incazzare quando Ben uccide John Locke e poi facendomi preoccupare che Ben potesse morire quando l’isola comincia a crollare.

lost2Ho esultato quando Jin e Sun si sono incontrati di nuovo. Quando pensavo che Juliet fosse ancora viva e quando Charlie, alla faccia delle previsioni di Desmond, continuava a sfuggire alla morte e a sopravvivere.
Poi, invece, I’m staying with you, I love you. Oppure James, kiss me. Oppure not Penny’s boat. Qui non c’è bisogno di dire cosa ho provato.
Una storia che è partita da un gruppo di persone perse, lost, nella loro vita di tutti i giorni, si è evoluta divenendo quella apparentemente banale di chi era lost in un’isola deserta, abbandonato al suo destino. Abbandonato a se stesso. La chiave di tutto. I personaggi si sono trovati al centro di un contesto che li ha costretti ad essere, in qualche modo, soli innanzi a se stessi. Hanno dovuto creare una società ed una vita nuove, partendo da ciò che erano, non che la vecchia società e la vecchia vita li aveva convinti di essere. Jack è ancora un medico, ma Kate non è più una criminale. John non è più un disabile afflitto e depresso, Charlie non è più un tossicodipendente, Hugo non è più un malato di mente, Sawyer non è più un delinquente – a tratti veste perfino i panni dell’eroe. Ognuno di loro, prima perso – così tanto lost da aver temuto sì per la vita mentre precipitava, ma poi nemmeno tanto, per quanto valevano quei giorni e quell’esistenza – trova un suo nuovo posto, una nuova dimensione, in base a quello che è davvero. Alle sue sfaccettature interiori, non a quelle che ormai ha appiccicate addosso.

La forza di questa serie è la sua grande capacità di parlare di esseri umani. I misteri, i nemici, le lotte, sono tutti pretesti per parlare del nostro animo, di quanto di buono o cattivo possiamo fare con la nostra esistenza, col nostro io. Le linee temporali si intrecciano per dirci che la stessa persona che in questa vita è stata un criminale, in un’altra potrebbe essere un poliziotto, solo perché è stato sballottato dall’esistenza in maniera diversa.
Quando tutti questi elementi si ritrovano con loro stessi, a dover sopravvivere in quell’isola all’apparenza così ostile, conoscono altre persone costrette via via a mostrarsi sempre più autenticamente. Il legame è inevitabile, e la loro descrizione è così accurata, così a 360° e credibile, che non sono riuscita in nessun modo a scegliere un personaggio preferito. Tutti avevano qualcosa da dire e tramandare.

Di solito, non mi piacciono le storie che inseriscono un mare di misteri, con poi il rischio di non riuscire a far lost3quadrare il cerchio. Faccio delle eccezioni, quando il modo di mettere insieme le cose, anche se non strapieno di punti sulle i, risulta brillante. In Lost lo è. I misteri dell’isola, per quanto risolti in maniera metaforica, riescono ad indurre in riflessione, a far comprendere il simbolismo, a lasciare qualcosa dentro. Jacob e suo fratello, in una lotta eterna tra luce ed ombra – che puntualmente, in passato, si sono però confuse e scambiate e che, ancora una volta, solo per un caso sono stati etichettati così – sono alla base di tutto. Al controllo e al tentativo di dominio su un’isola che è metafora di freno dei mali del mondo. Popolata da persone che avevano mali, anche se piccoli, nelle loro precedenti esistenze. E ai quali loro stesse hanno trovato un freno. Il micromondo dei personaggi diventa il macromondo del genere umano, il loro simbolismo coinvolge tutti, via via che si procede verso la fine, e le persone perse per strada sono sempre di più. Le croci sulla spiaggia sono dolorosamente in aumento. Eppure, nonostante la disperazione, Lost continua a riuscire a parlare di umane sensazioni con coraggio. Di amore, in particolar modo, con una raffinatezza che ho incontrato poche altre volte.

Quando arrivi all’ultimo episodio di Lost, ti rendi conto che hai fatto un viaggio. Che, in qualche modo, su quell’aereo c’eri anche tu, che ti ricordi di quando siete precipitati e di tutto quello che hai fatto per sopravvivere. Ti ricordi di chi hai perso e capisci che ora c’è qualcosa di importante da fare, un altro passo ancora da compiere, e sai che ne vale la pena.lost4
Nella vita di tutti i giorni, non su un’isola che non esiste. Sei precipitato, hai combattuto, hai vinto, hai perso, hai preso botte e ti sei sempre rialzato. Cercherai lo scopo della tua vita. Lo troverai. Farai quello che devi fare, amando ed essendo umano nel frattempo – e alla fine scoprirai che ne è valsa la pena. Scoprirai che c’è già, in te stesso, un luogo dove incontrare tutto quello che hai perso, tutto quello che significa ancora qualcosa per te.
Lost, but just to be found.
Scoprirai tutto questo, e ti saluterai sorridendoti. Senza essere solo, perché Jack si è sbagliato da sempre. Ed imparerai a lasciar andare quello che non conta davvero, a distinguere ciò che è davvero importante.
Poi, finalmente, smetterai di essere lost.

Siamo caduchi, fallibili e fallaci. Insoddisfatti, frustrati, piccoli, vagabondanti.
Ed abbiamo il potere di essere il futuro. E la possibilità di essere una possibilità per qualcun altro.

Alla fine, caduchi, fallibili, fallaci, insoddisfatti, frustrati, piccoli, vagabondanti, i protagonisti di Lost trovano la loro strada, il loro senso. E sono pronti a lasciar andare. A moving on. Perché si ricordano cosa sono stati e cosa desiderano.

Il valore assoluto di Lost è altissimo. Mi avevano detto che mi avrebbe smosso e lasciato dentro qualcosa, e lo ha lost5fatto. I suoi autori si sono dimostrati magistralmente bravi a parlare di umani – ciò che ci smuove di più – e, quasi sfondando la quarta parete, mettendo in scena le loro stesse sensazioni al momento dell’addio, hanno messo in scena su schermo un enorme saluto finale. Un commiato, finalmente felice.
Nella speranza che sia così per tutti, davvero. Che ciò e chi abbiamo perso ci stia davvero aspettando, e lo stia facendo mentre sorride, senza nessuna preoccupazione.

Ho applaudito ai titoli di coda, asciugato le lacrime, e tirato un profondo respiro. Ho capito che è bello rimanere umani, non aver paura delle emozioni forti, di ciò che ci trascina, ci fa prendere le decisioni, ci accende.
Ed ho imparato che comincerò un passo alla volta. Magari, dal contare fino a cinque per lasciar entrare la paura che preme.
Il resto, poi, verrà da sé.

Voto 9,5

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