Heavy Rain

Mi ero appena appisolata, quando sono tremati i vetri. Il mio cagnetto si è affacciato sul bordo del letto perché era stato terrorizzato dal tuono, e la stanza si è illuminata a giorno. Ombre di alberi e lampioni proiettati sui pupazzi appesi alle pareti della mia camera. Erano le cinque del mattino. Mi sono tirata su, perché ho capito che non aveva ancora smesso di piovere. E che non avrebbe smesso.

Se sento ticchettare un orologio, generalmente non dormo. Avevo immaginato, stendendomi sul letto, che sarebbe stato complicato prendere sonno a quattro guanciali. Certo, non avrei immaginato quello.
La pioggia continuava a battere sulle tegole, sopra di me, tamburellando. Si potevano sentire gli uccellini, nella voliera, tentare di rumoreggiare in mezzo al trambusto dell’acqua e dei tuoni.
Ho tentato di accendere la luce, spingendo l’interruttore, ma ho capito che era saltata per il maltempo. Non succede spesso – che tuoni così forte e che vada via l’elettricità.
È stata una lunga, lunga notte di pioggia.

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Quando mi sono alzata, non avevo ancora capito la portata della cosa. Non avevo realizzato che si trattava di acqua disastrosa – di acqua venuta giù per far danni veramente. Le campagne del paese erano allagate ed alcune persone erano state fatte evacuare, mentre il Comune aveva disposto l’unità di crisi per organizzare i soccorsi. Ho letto che, vicino a Villacidro, San Gavino era un macello, Villasor era paralizzata e perfino Cagliari era in serie difficoltà, al punto che erano venuti giù degli alberi. E, più su, sono venuti giù addirittura dei ponti.

Il peggio che è venuto giù, però, sono le persone. Mentre ascoltavo i tuoni, rassicuravo i miei due cani terrorizzati dalla voce imponente della tempesta e osservavo i flash dei fulmini allungare ombre sulla stanza, non pensavo che qualcuno in quello stesso momento stesse combattendo.
La pioggia generalmente mi culla. Mi fa stringere le coperte e mi fa sentire al sicuro. E, da quando ero piccola, nelle notti di temporale mi dicevo poveri quelli che non sono al calduccio.
Il problema viene quando essere al calduccio non basta per ripararsi.

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Nel 2013, lottare per sopravvivere contro la pioggia suona quasi come un’assurdità. Così come suona un po’ assurdo che siano servite più di dodici ore, perché i media si accorgessero di noi.
Ad essere sardi, ci si sente sempre un po’ lontani dalla penisola, e probabilmente la penisola si sente un po’ lontana da noi.
Non ci sono solo spiagge, seadas e Costa Smeralda, quaggiù. C’è gente che scrive la vita di tutti i giorni, e che il Billionaire non sa nemmeno dove sta di casa. E c’è gente che vive in uno scantinato e finisce con il non riuscire più ad uscirne.
C’è gente come tanta altra, anche se vive circondata dal mare, anche se in qualche modo quest’isola oltre che il cuore c’ha ingabbiato anche il corpo.
C’è gente abituata a lavorare e a non lamentarsi. A ritirarsi su le maniche e ricostruire. Sia dove passa il fuoco, ogni estate, sia dove si è fatta strada la pioggia, in giorni come ieri.
In Sardegna c’è gente che non ha paura di riprovarci. Molte persone all’apparenza piccole e fragili – piccole e fragili come era mia nonna – ma che non si lasciano spaventare da nulla. Nemmeno dalla pioggia battente.

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Volevo dedicare questo pensiero, oggi, con la tragedia che si è verificata sulla pelle di molti e con l’alluvione ancora in corso, a tutti i sardi come me.
Fuori, ancora tuona.
La pioggia quasi ticchetta sui gradini del mio giardino.
Le gocce tagliano maleducatamente i fasci di luce dei lampioni.
Lasciate che venga giù. Domani, pioverà ancora.
Siamo qui, e saremo più forti di ieri.
Orgogliosi. Le cose difficili capitano a chi può affrontarle.

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